lunedì 11 marzo 2013

Sibilla e Pierina



Fra le carte e pergamene impolverate conservate nell’archivio dei signori di Angera si trovano, raccolte da un rigore positivistico in una cartella che riunisce, sarcasmo dell'alfabeto, le voci Gioco e Giustizia, le pergamene dei processi  inquisitoriali contro Sibilla e Pierina, accusate, alla fine del XIV secolo a Milano, di essere eretiche relapsae, recidive, di aver senza vergogna seguito la Signora nel Gioco lungo i Sentieri dei Morti, e per questo infine consegnate al braccio secolare per subire la pena del fuoco...
 
Sibilla. Sibilla è il mio nome, ma non ha importanza adesso, mentre spio fra i fili d’erba la danza silenziosa della Signora e delle creature felici. Appaiono e scompaiono al capriccio delle nubi sulla luna, ed il loro silenzio è una musica che scioglie il peso che mi lega a terra. Trattengo il respiro e capisco che tutto è possibile qui ed ora 


Fiele. Il mio nome non è Pierina, qui, per terra, il respiro rotto dalle bastonate di quel vigliacco ubriacone. Non sono Pierina mentre sputo il sangue quasi raggrumato e mi trascino vicino alle braci del fuoco illividito, per scoprire che non sono ancora di pietra.


lunedì 4 febbraio 2013

Batte il cuore come un tamburo... di pistola


Nei film dei cowboy funzionava sempre.
Una fila di bottiglie allineate lungo un tavolaccio o una staccionata: il bersaglio perfetto per allenarsi con la pistola. Bum! Bum! Bum! E il ragazzino brufoloso assetato di vendetta conquistava una mira infallibile, l’imbranato del villaggio si trasformava in un pistolero formidabile.
Le bottiglie vuote tutte in fila sulla tavola, la festa ormai finita: eccoli lì tutti i bersagli che le servivano per imparare a sparare come si deve. Scostò una ciocca di capelli dagli occhi, divaricò leggermente le gambe, fasciate dal vestito a fiori della domenica, e bilanciando meglio il peso del corpo allungò davanti a sé le braccia magre, saggiando il peso della pistola, sentendolo crescere tra le mani strette, dalle nocche sbiancate.
Respirando piano dalle labbra socchiuse, si concentrò su una bottiglia di Merlot, sovrapponendo al sottile collo di vetro quel viso che avrebbe volentieri fatto saltare come un tappo di sughero. Senza abbassare la pistola, ripensò a come tutto era cambiato da quando lui era entrato nella sua vita: le urla continue, la prepotenza... e quelle mani appiccicose che le metteva dappertutto... Pensò anche a come si era ritrovata sola, messa in un angolo, costretta a fingere di amarlo...
Tutto il suo corpo tremava ora attraversato dalla tensione del dito sul grilletto.
“Martinaaaaa?!” La voce della mamma mandò in pezzi quel sogno ad occhi aperti, le dita strette a mimare la pistola si sciolsero seguendo le mani lungo i fianchi. “Hai finito di sparecchiare là fuori?”.
La ragazzina tirò un respiro profondo: prima di voltarsi verso la finestra cui si affacciava la madre, atteggiò le labbra ad un sorriso a trentadue denti che rivolse sorniona al fratellino, mollemente accoccolato tra le braccia della mamma, impegnato a succhiarsi vigorosamente una manina bavosa.
Il mezzogiorno di fuoco era solo rimandato.

mercoledì 23 maggio 2012

Respiri a fondo e dica 33


Da quando era in pensione, per nulla al mondo il dott. Pierpaolo Bellotti - dottor professor esimio luminare discendente di Esculapio - si sarebbe perso il convegno annuale internazionale "We are all doctors", organizzato in location prestigiose, ma soprattutto frequentato da giovani medici ambiziosi e di belle speranze per aggiornarsi e agguantare importanti occasioni professionali. A settant'otto anni suonati non erano certo le opportunità professionali ad interessare il Bellotti, quanto la possibilità di avvicinare qualche bella giovane dottoressa che scambiasse lui per un'opportunità di fare carriera. Certo, pur essendo aficionado dell'evento, non gli era ancora riuscito di portarsi a letto un medico in gonnella, ma la speranza è l'ultima a morire e negli anni non erano mancate toccatine, palpeggiamenti e strizzatine che - pur a costo di gran sberloni e risposte indignate - permettevano di rianimare di volta in volta le aspettative. E certo il dottor Bellotti non aveva bisogno di iniezioni di autostima, appollaiato sullo sgabello del bar - in posizione logisticamente studiata all'incrocio dei flussi di convegnisti che passavano da una sala all'altra, dal workshop sulle strategie riabilitative del velopendulo al meeting dedicato all'impiego della serotonina come cura palliativa per le emorroidi - dove, mentre si sistemava lo psichedelico papillon, sbirciava le più procaci convegniste. Non si deve però pensare che per PPB tutte le specializzande avessero la stessa carica erotica: da esperto del settore era ben attento a tenersi lontano da Dietologhe - paranoiche anoressiche - Proctologhe - lesbiche con tendenze sadiche - e Geriatre -  incapaci di abbandonare l'occhio clinico. Aveva quindi escogitato un sistema semplice e sicuro di diagnosi per distinguere le giovani dottoresse e le loro specifiche competenze: bastava un'occhiata alle 24ore da convegno che portavano orgogliosamente a tracolla, riportanti per ognuna il motto della Facoltà di Medicina cui erano affiliate. Ecco quindi arrivare una magnifica chioma leonina, un sorriso aperto, un petto prorompente sottolineato da splendide lentiggini color ruggine: "Every breath you take" lesse scrupolosamente il Bellotti sulla borsa della giovane donna medico e sudando cominciò a pensare: "Ecco un meraviglioso esemplare di Pneumologa e infatti...che bei polmoni! Una controllatina ci vorrebbe, verificare la pressione con un tocco da esperto...!". Il vecchio professore ondeggiò sul suo sgabello scosso dall'extrasistole provocata dalla grande eccitazione, ma intanto la pneumologa era passata senza degnarlo di uno sguardo. Non appena la vista si fece meno appannata, il medico poté scorgere una burrosa bellezza, bionda e morbida quasi fosse fatta di panna, avanzare nella sua direzione. "The first breath you take" era la scritta che capeggiava sulla sua borsa: "Perfetto, perfetto. Uno schianto di Ostetrica. Una donna che ha tanto da insegnare...oh sì....voglio tornare alle origini, rientrare là dove tutto ha avuto inizio...!". Ora il Bellotti sbavava in modo indecente e si sentiva attraversato da scosse come tanti piccoli aghi. "E' l'amore che ritorna", pensava, proprio mentre vide avvicinarsi una bellissima ragazza dall'incarnato di porcellana, splendidi capelli neri ad incorniciarle il viso e due polpose labbra di ciliegia, pronte a schiudersi solo per lui. Non si era ancora spenta l'ultima sinapsi di questo peccaminoso pensiero che Pierpaolo Bellotti si accasciò a terra, fulminato da un infarto miocardico acuto. Subito la giovane si chinò sul vecchio medico per soccorrerlo, incurante della borsa che, scivolando a terra,rivelava il logo della sua facoltà di specializzazione: "Breath, no more" - Anatomopatologia.

I want to die young but it's too late

Il Pizzetti giaceva inerte sulla moquette, la lettera in una mano e l'aspiarapolvere abbandonata al suo fianco che rombava furiosa. Provvidenzialmente riaprì gli occhi proprio nell'istante in cui sua madre incombeva su di lui in vestaglia leopardata e tripudio di bigodini, brandendo con foga la cannuccia di una bic, pronta ad una casalinga quanto salvifica tracheotomia, eseguita in base a quanto appreso nell'ultima puntata di "Doctor for a day". Per un attimo pensò di non reagire e andare incontro con sconosciuto coraggio alla materna soluzione finale e porre così fine ad una routine fatta di serate passate in casa a sfogliare "Tanatoprassi oggi", ma le parole della lettera lo riscossero con una salvifica botta di adrenalina. Balzò quindi in piedi, con una mossa alla Hulk Hogan si scrollò di dosso i 95 kg di compatta sollecitudine della genitrice, si sistemò gli occhialetti tondi sul naso e corse verso la soffitta all'urlo belluino di "Rock never dies!", travolgendo senza curarsene aspirapolvere - gatto - tavolinoconbicchierecondentieradimamma - pastorello di capodimonte con gregge al completo e sbattendosi la porta alle spalle. Un silenzio da preludio di catastrofe si abbatté sull'appartamento e sulla mamma del Pizzetti che rimaneva schienata come una tartaruga gigante, boccheggiando incredula...fino a che la casa intera fu scossa dal rullo della batteria.

...continua...

martedì 8 maggio 2012

Blues del servizio postale

Il destino aveva deciso di stare al gioco. Si divertì così a regolare sapientemente gli arrugginiti ingranaggi del servizio postale - piccole cose, in verità: doppia dose di caffè all'addetto allo smistamento narcolettico, un simpatico schnauzer alle calcagna del postino meno solerte, morbillo fulminante per la portinaia impicciona che s'imbosca la posta... - per far sì che ciascun esemplare della lettera - scritta in elegante grafia e sigillata in busta seppiata rettangolare - arrivasse nelle mani di ciascun destinatario nello stesso momento e nel medesimo istante, nelle diverse parti del globo, venisse letta. 
Fu così che gli occhietti miopi ed esoftalmici di Carlo Pizzetti - che gli amici una volta chiamavano Fish - si spalancarono stupefatti mentre il cuore mancava un colpo, proprio mentre Pierpaolo Zanchi - un tempo per tutti lo Zippo - quasi si strozzava con la sua caramella al muschio islandese soffocando una bestemmia a mezzavoce, nell'attimo stesso in cui Giulio Barlocco - mio padre, che nei suoi anni d'oro tutti conoscevano come il Perla - iniziava a sudare copiosamente incollandosi alla poltrona di cuoio strategicamente posizionata davanti alla TV ora ignorata. 
Solo una busta rimase sigillata, abbandonata muta nella cassetta già piena di volantini strillanti vecchie promozioni: Giuseppina Pigliafreddo - la strepitosa Ice Scream dalle lunghe gambe e dalla voce di miele e schegge di vetro - non sarebbe più tornata a casa per aprirla e stupirsi. Ma la lettera ancora non lo sapeva.

...continua...  

venerdì 20 aprile 2012

Mauerpark by night

La mia mamma me l'aveva detto: "quello non ha mica l'aria di uno tanto a posto". "Quello" è il mio moroso, quello stesso che adesso mi fissa con occhi allucinati attraverso la pioggia battente qui nella desolazione più totale in Mauerpark. Uno sguardo da far accapponare la pelle, omicida: Jack Nicholson alias Jack Torrance, gli fa una pippa. Wendy? No, non c'è nessuno qui in questo maledetto parco abbandonato da dio e dagli uomini, spazzato da un vento siberiano. Romantico, davvero. Romantico alla Marilyn Manson. Ma in fondo è anche colpa mia se siamo finiti qui. Qui sotto questo monsone artico, tagliuzzati dagli artigli di un vento gelido e prepotente, nel buio di un parco che non è nulla più che campi brulli concimati a cocci di vetro e spazzatura. Potremmo essere gli ultimi uomini sulla faccia della terra... e sarebbe sempre meglio essere soli, piuttosto che in balia degli elementi e di qualche pazzo maniaco pronto a balzare dai radi cespugli che costeggiano la stradina che taglia il parco da un lato di nulla ad un altro. Ma perché divagare su minacce immaginarie quando "Quello" è pronto a strozzarmi? Meglio focalizzarmi sulla mia unica, ingenua, piccola colpa: essermi fidata! Certo, perché basta che uno si mostri un po' carino e coccoloso, mi abbindoli con le sue storie sulla DDR e gli anni crudeli del muro, quindi sfoderi degli occhioni da cucciolo che mi guarda implorante chiedendomi: "potrebbe essere interessante fare due passi in Mauerpark, che dici?". E io, che dico? Mica posso fare la stronza egoista, quella che preferirebbe andarsi a bere una cioccolata e rotolare sotto il caldo piumone dell'albergo. Neppure voglio fare la parte della tabbozza ignorante, quella che si è rotta di tutti 'sti ruderi di cemento stile postmoderno comunista. Ma soprattutto non voglio fare la lagna, la mezzacalzetta che piagnucola per un po' di pioggia (praticamente piovono rane!). E' quindi è con entusiasmo che rispondo che muoio dalla voglia di andare in Mauerpark, meta che anche la Lonely si guarda bene dal consigliare come imperdibile. Sono tutta intirizzita, labbra e dita blu, i piedi ormai in cancrena per il freddo, ma sorriso a trentadue denti, mi incammino nella tempesta senza mostrare segni di cedimenti: vuole vedere Mauerpark? Bene! Si va a vedere Mauerpark! Potevo immaginare che conoscendomi fin troppo bene stava sfruttando la mia psicologia da criceto? Potevo io tapina sospettare che mi stavo allegramente infilando nella tana del lupo? Ma lo sguardo di fuoco che ha ora il mio moroso infeltrito, cancella ogni dubbio: vi è un odio atavico e viscerale nei suoi occhi. Solo una cosa ancora mi domando: se davvero voleva liberarsi di me, perché architettare tutta questa complessa messinscena? Il lungo tragitto in un tram popolato solo da loschi figuri, la marcia serrata lungo le strade deserte sferzate dal blizzard, il continuo chiedermi se non preferissi tornare indietro... ma lui è un cinefilo, avrà pensato alla location adatta... ecco cosa mancava alla mia collezione: uno psicopatico esteta con velleità scenografiche!
Le mie elucubrazioni sono interrotte improvvisamente da un ritmico cigolio in avvicinamento: dio ti ringrazio, un ciclista! Alla Rat-Man fletto i muscoli e sono pronta allo scatto: punto a balzare sul portapacchi e salvarmi così la pelle fuggendo come clandestina a bordo della due ruote. Un'illuminazione agghiacciante mi colpisce però all'improvviso: quale creatura può fischiettare pedalando serena nel bel mezzo dell'Armageddon? A volte la cura può essere peggiore del male: scelgo di affrontare il mio moroso, almeno lui sono sicura che è vulnerabile ai calci volanti all'inguine e al sarcasmo sapientemente affilato. E così a muso duro gli chiedo se gli è piaciuta la gita a Mauerpark. Vedo il suo viso contrarsi in spasmi orrendi, passare dall'ira alla disperazione, inabissarsi nella nera follia per poi quasi sciogliersi in pianto... a fatica trova il fiato per rispondermi con poche parole stentate, una vena gli pulsa convulsamente sulla tempia bagnata: "ma...ma...sei tu che ci volevi venire qui...io... la pioggia, il vento...questo maledetto parco buio e abbandonato...ma a me che mi frega del muro?! io... sto morendo di freddo!"
Lo guardo ed è come se lo vedessi per la prima volta: forse è l'incarnato grigiastro dato dalla tisi che si è preso in questa passeggiata in mezzo alla tormenta...o forse è... è la consapevolezza di essermi comportata come una pazza... o così mi suggeriscono le vocine nella mia testa...   

venerdì 16 marzo 2012

L'incontro

Il primo trillo del citofono polverizzò la nuvola rosa della mia fase REM, cancellando gli erotici ed alcolici sognoricordi della notte prima e catapultandomi tra le lenzuola stropicciate del letto del mio moroso che con pacifica bestialità continuava a russare in beatbox. Il secondo trillo, decisamente più lungo e meno amichevole, mi fece rimbalzare fuori dal materasso e precipitarmi, calpestando dolorosamente le macerie della festa della sera prima disseminate per il pavimento, a scrutare il video in cerca della risposta a una delle domande ataviche dell'uomo: "Chi caxxo rompe all'alba la domenica mattina?". Dalle brume lattee del videocitofono, rese ancora più nebulose dai miei occhi cisposi e miopi, piano piano affiorò un enorme occhio che scrutava senza battere ciglio: era l'occhio fiammeggiante di Sauron in cima alla Torre Oscura, lo sguardo senza perdono che insegue Caino attraverso i Paesi e i secoli: il bulbo oculare appartenente alla madre della  mia dolce e dormiente metà. Non ci eravamo mai incontrate, ma io sapevo tutto di lei...e ne avevo un terrore folle! Fissavo impietrita quello sguardo da rapace che mi aveva ipnotizzato: solo una parte del mio cervello era vagamente consapevole del trascorrere del tempo e delle sue conseguenze, ma l'ennesimo trillo imperioso del citofono mi riportò alla realtà. Mi guardai intorno: caos e devastazione post party, ma soprattutto, nessun indizio su dove fossero finiti i miei vestiti. Dall'uomo di Cro-Magnon che giaceva privo di conoscenza tra le lenzuola con la bavetta alla bocca non poteva certo venire nessun aiuto. Non rimaneva che una cosa da fare: la tecnica dell'opossum! Fingersi morti era l'unica via di uscita possibile, considerando che mi trovavo in un monolocale stile panicroom senza terrazzo e senza nascondigli. Trattenni il respiro e ad occhi chiusi iniziai a farfugliare le preghiere dell'infanzia, fino a quando trovai il coraggio di spiare di nuovo nel citofono: la strada era sgombra, l'assedio era stato tolto, un miracolo! Non feci in tempo ad esultare che bussarono alla porta e ogni mia speranza venne spazzata via da un ululato: "Tesorinoooooooo?".

giovedì 12 gennaio 2012

Aveva in tasca un biglietto...

Aveva in tasca un biglietto. Claudio prese a rigirarselo tra le dita, mentre con voce annoiata liquidava Paolo che al telefono ci provava ad incastrarlo con il solito calcetto del giovedì.  Chiusa faticosamente la telefonata, guardò brevemente il biglietto prima di accartocciarlo e buttarlo, convinto fosse un inutile scontrino, pronto magari a rinfacciargli qualche acquisto librario compulsivo. "Sandy, 21:00, Via Malaspina 5", lesse a mezza voce. Non ricordava quella nota: la calligrafia era maschile, ma non era la sua zampa di gallina. Frugò di nuovo nella tasca per cercare qualche indizio chiarificatore e, non trovando nulla, pensò che qualcosa si potesse essere perso nel buco che si dimenticava sempre di rattoppare. Con dita impazienti, Claudio seguì le cuciture senza riuscire a trovare il familiare strappo slabbrato, quindi si bloccò di colpo, ricontrollò la tasca e guardò con stupore il cappotto che indossava: non era il suo! Certo era nero, ma non aveva gli stessi bordi consumati, un po' lucidi, e quel particolare odore misto di pioggia e sandalo - non una sua raffinatezza, ma retaggio di una ex che aveva ricoperto tutto l'armadio con carta profumata, stampata con un fate e folletti che lo guardavano risentiti ogni volta che spalancava ante e cassetti, ma di cui per pigrizia non si era ancora liberato - e aveva perfino tutti i bottoni al loro posto! Doveva aver preso il cappotto sbagliato mentre usciva di corsa dal pub la sera prima, cercando di riprendere Giulio che completamente sbronzo si avviava verso l'auto convinto di tentare proprio quella notte le classificazioni per la Parigi-Dakar. Un momento di distrazione ed eccolo nel cappotto di un altro: nei panni di un altro. L'idea lo fece sorridere, crescendo dentro di lui: quel cappotto era una nuova pelle, gli regalava una nuova identità. Un'identità che, per di più, aveva un appuntamento galante per la serata. O almeno questo era il film che si era immaginato leggendo quelle poche parole sul biglietto spiegazzato. Se lo sentiva: ad aspettarlo all'indirizzo indicato doveva esserci una mora mozzafiato, rimorchiata in chat dal proprietario del cappotto che era poi riuscito a strapparle un primo appuntamento. Gli occhi verdi della meravigliosa creatura tutta curve che abitava al 5 di via Malaspina di sicuro non si erano mai posati sul volto che aveva scritto il biglietto: aspettava un bel principe azzurro in cappotto nero e quel principe sarebbe stato lui! Neppure per un istante Claudio era stato sfiorato dal dubbio di essere preda di uno dei suoi soliti momenti di delirio, scatenati da una fantasia bulimica, capace in pochi istanti di divorare vorace ogni briciola di razionalità. Innaffiava di dopobarba i suoi sogni ad occhi aperti,  mentre si preparava alla serata con la sirena regalo di un cappotto magico e provava davanti allo specchio il suo sorriso da "irresistibile birba", che per anni gli aveva fatto vincere innumerevoli baci con schiocco da zie, nonne e anziane vicine di casa. Finalmente uscì e, tenendo stretto il bavero rialzato contro il freddo, percorse la strada fino all'indirizzo dell'appuntamento quasi volando: ormai quello che indossava non era più un cappotto, ma la tuta di un supereroe. Arrivato in via Malaspina, con un unico fluido movimento s'infilò una manciata di mentine in bocca, spettinò sapientemente il ciuffo e suonò il campanello. Pochi secondi ed ecco apparire nello spiraglio della porta, che si aprì cautamente, una nuvola di riccioli castani, due occhi di miele ambrato e due labbra che schiudendosi in modo seducente formarono le parole "eccoti, finalmente!". Quindi, urlando sguaiata verso l'interno della casa: "Sandy, vieni, è arrivato il tipo che stavi aspettandooooooo!". Claudio si sistemò veloce il cappotto, riuscendo a non impigliarsi nel sorriso a 32 denti che gli attraversava il viso da orecchio a orecchio mentre aspettava ansioso di veder comparire Sandy... e Sandy, al secolo Alessandro (Sandro) Pistocchi, 120 chili di rude simpatia, arrivò sulla soglia: "Credevo quasi ci avessi ripensato, di là è tutto pronto: pochi secondi e il tuo giocattolino potrà pavoneggiarsi come una sposina con il suo anellino splendente" e mentre con una manona a badile sospingeva Claudio verso il lettino nello studio da piercer, con l'altra chiuse la porta.

giovedì 10 novembre 2011

Variazioni allotropiche del carbonio


Giorgia arricciò il naso avvertendo un leggero odore di bruciato. Doveva essere suggestione, pensò rimettendosi a leggere l'articolo che l'aveva tanto presa, mentre aspettava di finire sotto le mani sapienti - e le braccia sexy! - di Herman, il suo parrucchiere. Si parlava di una tecnica ultra innovativa, eseguita da un laboratorio americano, per ottenere preziosi diamanti dalle ceneri dei cari estinti. Proprio non riusciva a smettere di ridacchiare pensando a questa nuova pazzia: le sfuggiva il complicato procedimento chimico-fisico che era alla base di tale magica trasformazione, ma poteva figurarsi quel bue muschiato della sua collega - 120 kg di acidità e misantropia - trasformarsi con un rapido bagliore nel Koh-i-Noor. 
Vista da fuori doveva sembrare una pazza a ridere così, da sola, meglio ridarsi un tono. Intanto l'odore di bruciato sembrava non andarsene. Forse non era suggestione, ma la vecchia sotto il casco della permanente che sfrigolava: da quella strega rinsecchita che le aveva rubato il posto al risciacquo non si sarebbe potuto cavare neanche un brillantino, ma almeno si sarebbe levata dai piedi, si stava facendo tardi e Giorgia aveva ancora mille cose da fare per la serata! Già, la serata con Piero...La Serata! La sera in cui lui, a lume di candela nel ristorante più in della città, tra il profumo della dozzina di rose rosse fatte arrivare solo per lei da Lottum, e sotto lo sguardo attento dei camerieri in livrea, le avrebbe finalmente infilato al dito l'anello chiedendole di sposarlo. 
Sapeva con certezza che sarebbe successo tutto quella sera: aveva raccolto indizi e indiscrezioni, aveva già tutto il copione in testa e ripassandolo si era ormai fatta l'ora dell'appuntamento: non si sarebbe fatta trovare impreparata! Trucco, parrucco, tacco vertiginoso e spacco da triplo-bypass. Non ci sarebbero state sorprese, pensava mentre si sistemava una ciocca di capelli ramati davanti allo specchio, ormai pronta per uscire e raggiungere Piero che l'aspettava in macchina, leggermente intorpidito dai canonici quarantacinque minuti di attesa. 
La corsa in macchina verso il ristorante, le luci soffuse del locale, il prosecco dell'aperitivo e il branzino alle erbe provenzali nel piatto: tutto fu risucchiato in un vortice che catapultò Giorgia al momento fatidico. Piero le teneva trepidante la mano su cui spiccava uno splendente solitario. Giorgia calcolò con occhio clinico i carati della pietra, la fissava ipnotizzata mentre avvertiva lo sguardo ansioso di Piero su di sé, il suo respiro mozzato dall'emozione mentre sceglieva le parole che le avrebbero cambiato la vita...
"Giorgia, sai...", la voce di Piero si ruppe un istante, per tornare ancora più emozionata, mentre gli occhi umidi passavano dall'amata alla mano inanellata che accarezzava "questa... è la mia mamma!"

sabato 15 ottobre 2011

Shanghai - post-it di viaggio

Partendo per la Cina per la prima volta, mi sono resa conto di portare con me un bagaglio di immagini, opinioni, preconcetti che, credo, in misura e in forme diverse, ognuno di noi ha sviluppato verso un Paese tanto lontano geograficamente, ma ormai per molti aspetti parte integrante del nostro vivere quotidiano. Una volta arrivata in quello è stato il Celeste Impero, ho avuto quindi bisogno di un po’ di tempo per mettere a fuoco la realtà che mi circondava, epurata dal filtro applicato dal comune immaginario occidentale che nella mia testa tendeva a sovrapporsi. E mentre la vista si faceva più nitida, ho potuto scattare la fotografia – un rapido scatto, certo, fatto di sensazioni colte al momento, nulla a che vedere con un’analisi oggettiva e strutturata – di un Paese dove ogni persona si porta sulle spalle la responsabilità della propria riuscita come di quella della collettività, accettando il compromesso di sottomettere parte della propria individualità – e parte della propria libertà – ad un progetto corale di progresso materiale. Al ritorno da Hefei e Shanghai, alleggerita del bagaglio con cui ero partita, ho avuto modo di portare a casa con me la meraviglia provata davanti ai grattacieli che toccano il cielo e l’enormità di città che non hanno eguali in Italia, l’entusiasmo delle persone che ho incontrato e che hanno voluto condividere con me i loro progetti,  la curiosità degli studenti cinesi che spesso ti fermano per strada per chiederti da dove vieni, cosa ci fai lì, cosa succede in Europa, se ti piace il loro Paese... il profumo delle foglie di tè, la cui fragranza mi ha accompagnato per tutto il viaggio, il sapore goloso dello zenzero e della salsa di soia nei diversi piatti della cucina locale che ho guardato a volte con sospetto (le famose orecchie di maiale alla julienne!) più spesso con l’acquolina in bocca...e soprattutto la voglia di tornare in un Paese ancora tutto da scoprire... 

martedì 28 dicembre 2010

La Tigre cede il passo alla Lepre

fino al 9.1.2011
Animali dello Zodiaco Giapponese
Genova, Museo d´Arte Orientale E. Chiossone

Signora del vento e dell’Ovest, la Tigre e i suoi capricci danno forma e carattere alle giornate di questo 2010. A Genova una mostra apre le porte verso l'Oriente

Il primo ad accorrere fu il furbo Topo: arrivò a rendere omaggio al Buddha morente che aveva chiamato a raccolta tutti gli animali presso di sé per l'ultimo saluto.  Subito dopo, superato dal piccolo roditore con un balzo dalla sua stessa groppa, arrivò il diligente Bue, seguito  dalla coraggiosa Tigre, dalla pacifica Lepre, dal Drago, dal Serpente, dal Cavallo, dalla Capra, dall'astuta Scimmia, dal colorato Gallo, dal fedele Cane e dal fortunato Cinghiale. Dodici animali che seguendo il cammino della Luna, sono diventati signori del cielo e degli elementi,  influenzando la vita degli uomini. L'attuale sistema zodiacale dell'Asia Orientale - lo Jûnishi - nasce e si definisce in Cina e risale al periodo Tang (618-907), mentre la sua diffusione tra la popolazione si è verificata durante il periodo Yuan (1277-1367), raggiungendo anche le regioni vicine e il Giappone. Se le stelle sono lontane, intangibili, gli animali dello zodiaco appartengono alla sfera della quotidiniatità: l'uomo ha tentato quindi di portare più vicino a sé questi animali dalle forme familiari, ma dai poteri imperscutabili ritraendoli su strumenti votivi e oggetti comuni: numerosi dipinti, stampe, porcellane, lacche e bronzi sono il cuore dell'esposizione che il Museo Chiossone di Genova ha dedicato agli "Animali dello Zodiaco Giapponese", una ricca mostra che ricostruisce lungo una sottile linea rossa un percorso attraverso l´iconografia e i significati dei dodici animali dello Zodiaco in Giappone, a cura di Donatella Failla. La locandina dell'evento - uno stupendo dipinto a inchiostro diluito di Kishi Ganku - è un omaggio all'animale custode di questo 2010: la Tigre - Tora 虎 - Signora bianca del Vento e dell'Autunno, simbolo di forza e potenza, di regalità, coraggio e nobiltà d´animo, di longevità e protezione della vita umana. Insieme al Drago, alla Fenice e alla Tartaruga, la Tigre è una delle "quattro creature spiritualmente dotate” che presidiano le quattro direzioni dello spazio, governano le quattro stagioni e sono legate a quattro colori e ai quattro elementi. Nel 2011 inizierà l'anno 2555 dell'era buddista: la Tigre cederà presto il passo alla Lepre - 兔 Tu - che nella cultura cinese e giapponese è contraddistinta da uno spirito aggraziato, colto, ben educato, di talento e ambizioso.
In questi giorni difficili e incomprensibili ascolteremo forse il ruggito del coniglio?

http://www.chiossone.museidigenova.it/

venerdì 21 maggio 2010

Pig Island

fino al 4.VII.2010
Paul McCarthy
Milano, Palazzo Citterio

McCarthy mette in scena il suo circo dalla risata sguaiata tra le stanze e i lugubri scantinati di un palazzo dimenticato da Milano. È una favola insanguinata, dal sapore dolciastro di ketchup

Gli avanzi della confusa genesi di un mondo grottesco e surreale. Gli scarti, le tracce e i rifiuti lasciati da un creatore disordinato. A chi arriva attraverso un percorso incerto e allucinato fin nel profondo scantinato di Palazzo Citterio, così appare Pig Island – L’Isola dei Porci, l’installazione frutto di quasi sette anni di lavoro, cuore della mostra che Paul McCarthy (Salt Lake City, 1945, vive e lavora a Los Angeles) ha portato a Milano su invito della Fondazione Nicola Trussardi, e la cui cura è stata affidata a Massimiliano Gioni.  Oltre 100 metri quadri di caos nei quali è possibile trovare abbozzi, calchi e sculture incomplete tra resti di cene da fast food, ritagli di giornale, scarpe inquietantemente appaiate e giocattoli rotti: non la semplice ricostruzione dell’atelier dell’artista a Los Angeles, ma tutta la fisicità di un processo creativo in cui l’arte si sporca le mani con la quotidianità, fatta di bisogni, di ricordi e di forme di intrattenimento forzate e subite. Culmina nell’Isola dei Porci il viaggio lungo la linea sottile tra realtà e finzione, tra sogno – americano, ma sempre più “globale” - e incubo: una linea tracciata da McCarthy – con opere realizzate tra il 1978 e il 2010 - non per dividere, ma per mescolare, per trascinare in continui rovesciamenti di prospettiva in cui bonari personaggi disneyani sono coinvolti in scene grottesche di violenza ed erotismo perverso, dove però il sangue è ketchup e gli escrementi cioccolato, e i personaggi reali – George W. Bush in Static (Pink), Angelina Jolie, Paula Jones...– sono cartoon sfigurati dall'esagerazione della realtà stessa. L’obbiettivo non è fare della comune satira: i personaggi trascinati davanti agli sguardi dei visitatori di Palazzo Citterio perdono la loro connotazione politica, ne conservano solo l’immagine pubblica come un vuoto simulacro, riempito provocatoriamente da McCarthy con gli elementi più trash della sottocultura attuale. È tutto finto ed è tutto vero, nella stessa misura in cui è vera una fiction e finto un reality, in un turbine di esasperazione burlesca che avvolge il visitatore mentre in un angolo l'artista stesso – rappresentato da una scultura iperrealista in lattice – dorme e sogna tutto questo.
E anche quando si torna nel cortile assolato, dove nel rassicurante colonnato settecentesco svetta un'esilarante bottiglia gigante di ketchup, e ancora un po' oltre, già sul marciapiede ormai fuori dal perimetro della mostra, ancora dalle viscere del palazzo arrivano le grida dei deformi pirati delle installazioni audio-video realizzate da Paul McCarthy con il figlio Damon, a contaminare la concreta sobrietà di Milano con gli echi di un carnevale al contrario.

venerdì 30 aprile 2010

MondoTondo

fino al 4.VII.2010
Pao
Milano, Galleria Prospettive d’Arte

MondoTondo: Tondo come gli occhi sgranati con cui Pao si guarda intorno. E nel riflesso delle superfici concave o convesse anche lo spettatore si rispecchia e si riscopre più tondo...

Il popolo di Facebook ha potuto finalmente tirare un sospiro di sollievo: il piccolo Peo è tornato a casa in tempo per apparire alla prima personale dedicata al suo papà, Paolo Bordini, in arte Pao (Milano, 1976, vive e lavora a Milano), writer milanese che ha iniziato negli anni Novanta a trasformare con un tocco di bomboletta i paracarri meneghini in tondi pinguini. Così, anche a chi non conoscesse l’epopea thriller – tra rapimenti e inseguimenti - andata in scena sulla pagina di Pao all’interno del famoso social network, può esser capitato un incontro fortuito con le street opere tra le vie di Milano: non solo i pinguini di Porta Genova, di Bovisa o della Statale, ma angurie, palle da biliardo, delfini... tutti ancorati saldamente al suolo e pesanti non meno di 200 kg. Eppure il peso non ha spaventato gli appassionati che nell’arco degli anni hanno quasi portato i pinguini urbani all’estinzione e hanno costretto Pao ad annunci ed appelli per ritrovarli. Negli ultimissimi anni il writer ha però affiancato al cemento anche altri supporti, alcuni più tradizionali come tela e gesso, e i suoi lavori hanno temporaneamente lasciato la strada – dove ha spesso realizzato murales di grande impatto in sinergia con altri writers milanesi come TvBoy e Ivan - per entrare nelle gallerie.
Le oltre 40 opere esposte emergono dalla superficie bianca delle pareti della Galleria Prospettive d’Arte come bolle che ne increspano la normalità: sono gli occhi gialli del gigantesco alligatore semisommerso in modo sornione nella parete d’ingresso o il draghetto di Bubble Bubble rimasto intrappolato nella sua bolla, fino alle sedie affamate che aspettano esausti quanto incauti visitatori.
Attraverso la convessità del dorso di una rossa coccinella o la concavità di un profondo formicaio, i piani si compenetrano e la fantasia sporge fino a toccare, a cozzare con la realtà. Ecco così il dilagare di una banda di personaggi cartoon che hanno traslocato dalla strada alla tela, seguendo Pao in un percorso di studio e crescita lungo non linea decisamente non retta: carote ciclopiche, pinguini in abito business, pomodori volanti e ridenti matrioske che circondano, tra gli altri, il ritratto di Letizia Moratti. In “I Lav Milan” Pao tagga il sindaco di Milano: un modo irreverente ma interlocutorio per parlare di arte e dei suoi spazi all’interno della città.
Una volta esaurito il percorso della mostra, lungo i due piani dell’esposizione, attenzione infine a non perdere la sorpresa “nascosta” nel sottoscala. Solo un dubbio: l’ambiente razionale e ordinato della mostra, con le opere illuminate dalle luci quasi asettiche della galleria, contribuisce purtroppo a smussare il potere  disarmante che solo un pinguino che spunta all’improvviso dall’asfalto grigio di Milano può avere.

venerdì 15 gennaio 2010

Stregati dal vento - Kilt Rock

Isola delle Nuvole, Isola Alata, Isola delle Nebbie: tanti nomi per un’unica terra avvolta dalle nubi e da un’atmosfera unica. Situata lungo la costa delle Highlands occidentali, nell’arcipelago delle Ebridi Interne, l’isola di Skye è oggi collegata alla terraferma grazie ad un ponte stradale che unisce Kyle of Lochalsh – ubicata tra i 560 km di coste scolpite dal vento -  a Kyleakin sulla sponda scozzese, ma un semplice nastro d’asfalto non sembra poterla costringere a rimanere immobile, illuminata da una luce sempre diversa. Numerosi sono i motivi per visitare l’isola di Skye, un luogo diverso a seconda delle strade e dei sentieri che si scelgono per esplorarlo, ricco di contrasti, dalle nere cime frastagliate dei Cuillins alle variopinte distese di eriche e ginestre della zona meridionale, ma vi è in particolare un luogo che rende unica l’isola scozzese. Lungo la costa frastagliata, sul lato orientale della penisola di Trotternish la pietra e il vento danno vita ad uno spettacolo mozzafiato. A Kilt Rock, dove si crea una cascata con un salto di oltre 200 piedi (circa 80 metri) la scogliera diventa un gigantesco strumento a fiato suonato da un turbine di mille bocche invisibili che diffonde nell’aria e sul mare, tra le onde, un suono simile al canto delle sirene. Non si tratta semplicemente del muggito del vento e del mare tra le rocce, ma di una vera e propria melodia, sempre diversa... che cambia in base all'umore del vento e del cuore di chi l'ascolta...
Skye è raggiungibile sia dalla terraferma in auto o in treno fino a Kyle, sia, in particolare per chi arriva da sud, tramite traghetto: navi partono da  Malaig e da Gleneig (solo in estate) verso la cittadina di Armadale, dove è possibile noleggiare biciclette, scooter o auto per girare l’isola... solo è meglio decidere cosa noleggiare solo dopo aver stabilito le mete da visitare, includendo o meno le ottime distillerie – Talisker su tutte -  del luogo.

domenica 27 dicembre 2009

Più ne sai meno brilla

Non mi piace cadere nei luoghi comuni, e questo poi non l'avevo mai sopportato, ma alla fine devo capitolare e ammettere: il matrimonio uccide. Magari non il sentimento e la passione, ma di sicuro uccide centinaia di persone. Non tanto quelle costrette a sorbirsi chilometrici filmini di cerimonie e banchetti ripetuti allo sfinimento, ma persone fuori scena, che neppure conoscono gli sposini incriminati.
Per realizzare un solo anello d'oro, una singola fede, 28 grammi complessivi, vengono prodotte 27 tonnellate di scorie: e non si tratta di montagne di sassolini, ma acqua e rocce intrise di cianuro, acido solforico, cadmio, piombo e mercurio... tutta salute insomma. D'altra parte nulla sembra essere destinato a cambiare: le società minerarie piagnucolano che i margini di profitto sono troppo ridotti e l'oro residuo nel mondo troppo scarso per estrarlo in altri modi: il cianuro e la morte di piante, animali e (ops!) persone sono inevitabili, se si vuole mantenere il profitto. E non ci sono solo le scorie, pazientemente ammonticchiate a lato di voragini dantesche: i giacimenti contenenti scorie minerarie intrise di cianuro, pur impilati con grande dedizione, hanno pure la faccia tosta di crollare: uno dei disastri più gravi (forse perché avvenuto vicino casa...) è accaduto in Romania nel 2000, quando le scorie finirono in un affluente del Danubio causando la morte di circa 1.000 tonnellate di pesce e avvelenando l'acqua destinata a circa 2,5 milioni di persone, fino al Mar Nero, a 2.575 chilometri di distanza. Diciamo che è stata sfortuna: di solito queste cose succedono in posti lontani, di cui a nessuno frega nulla. D'altra parte nessuno sembra preoccuparsi di quello che è successo e sta succedendo a Furtei, in Sardegna...
Dove passano le società aurifere portano investimenti, strade, scuole e posti di lavoro che la gente disperata baratta con la salute del proprio territorio e dei propri figli... si tratta di persone senza alternative... diversa è la situzione di chi invece quell'oro lo porterà poi al dito, o al collo... dimenticandosi quanto pesa davvero, quanto davvero costa e quanto davvero vale...
Ps. Il matrimonio uccide, adesso l'ho ammesso... ma per favore... non ditelo a Filippo XD

domenica 13 dicembre 2009

Io so

"Io so.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove.
Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti.  Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile. Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. [...].
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi. Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi. Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere".
Pier Paolo Pasolini
Io so che le cose dovrebbero andare diversamente, che tutti dovremmo spingere per andare in un'altra direzione, so che nessuno dovrebbe tacere... io so che arrendersi vuol dire essere già condannati e scendere a compromessi vuol dire aver già perso... io so che anche una persona, all'apparenza piccola, può fare la differenza, una penna, anche se sconosciuta, lascia comunque un segno... io so che cambiare è difficile quanto necessario... ma io... non so neppure da dove cominciare...

venerdì 14 novembre 2008

Ridatemi Robin Hood!

Guardando il mio porcellino anoressico non avrei mai pensato di avere un passato da squalo della finanza, da bieca speculatrice senza scrupoli... e invece...
Ho scoperto che nel 2004 ho iniziato la crostruzione di un oleodotto lungo chilometri e chilometri tra Baku-Tbilisi-Ceyhan (Azerbaijan, Georgia e Turchia) per assicurarmi petrolio a basso costo alla faccia del cartello arabo. Per farlo non ho dovuto fare altro che investire qualcosina e costringere alcune centinaia di miliaia di persone a lasciare la propria casa e migrare altrove, non potendo più coltivare i propri campi, fertilizzati con gli idrocarburi... ovviamente quei campi che non erano già stati confiscati prima dell'apertura dei lavori. D'altra parte non è che mi sono poi instascata io tutti i proventi: per non scontentare nessuno ho dato una piccola mancia all'Armenia, perché si comprasse qualche fucile (che diamine!), tanto ho risparmiato sui materiali di costruzione e sulla sicurezza.
L'anno prima avevo puntato ad un investimento ancora più sicuro: ho finanzato alcune industrie come l'Alliant Techsystems, la GenCorp e la General Dynamics che producono armi con testate all'uranio... che si sa, sono sempre di moda... e infatti ho avuto le mie belle soddisfazioni... anche grazie a Bush che ha scelto proprio il 2003 per iniziare la guerra in Iraq...
Sono rimasta così soddisfatta che nel 2007 ho deciso di ridare fiducia al settore armamenti vari e così ho di nuovo foraggiato la GenCorp (USA), la Lockheed Martin (USA), la Raytheon (USA), la Textron (USA), la Thales (Francia)... forse la lista era più lunga ma alla fine io mi curo solo dei risultati... e per fortuna che anche Israele continua a non deludermi!
Per portare avanti tutti questi fantastici progetti non ho dovuto neppure faticare troppo: mi è bastato aprire un conto corrente presso Banca Intesa...
devo ammetttere che ero tentata anche da UniCredit, che nel suo curriculum può vantare anche responsabilità per l'attuale situazione curda, ma non volevo essere troppo golosa...
Comunque se qualcuno vuole qualche spunto per i prossimi investimenti chieda pure, oppure dia un'occhiata qui http://www.banktrack.org/ ... e buon divertimento!
Ps. Adesso ho il conto alle Poste: visto il servizio impeccabile e l'intraprendenza delle risorse umane ero fiduciosa e speravo che i miei soldi non sarebbero andati da nessuna parte... e invece no :(

lunedì 27 ottobre 2008

It is difficult

Le parole confondono, ubriacano, distraggono...
Le immagini accecano, nascondono, distorcono...
Da questa consapevolezza prende forza il lavoro di Alfredo Jaar, in mostra presso lo Spazio Oberdan e l'Hangar Bicocca a Milano. Chi intraprende il viaggio tra le installazioni fotografiche e video dell'artista cileno può sfiorare le storie delle vittime e dei superstiti al genocidio ruandese, dei minatori brasiliani, dei boat people vietnamiti... fissati in immagini capaci di legare ogni volto ad una storia e spezzare così il processo di depersonalizzazione che da anni ci ha allontanato dalla sofferenza e dalle corresponsabilità... convinti che si tratti di drammi lontani e inevitabili...
Jaar rifiuta di fare leva su emozioni facili come la sterile pietà, ma costringe lo "spettatore" ad un continuo cambio di punti divista, che non lo lascia mai veramente fuori da ciò che sta osservando.
Dal suo viaggio in Ruanda, dopo il genocidio, non riporta scatti di corpi dilaniati, massacrati: colpire allo stomaco non lascia il tempo al cervello di reagire... consente di dimenticare troppo in fretta... Jaar sottolinea allora le assenze, l'impossibilità di condividere certe situazioni estreme... sottolineando l'indifferenza dell'Occidente che nasconde i propri orrori dietro il rumore dell'effimero... (fa arrossire vedere la ventina di copertine di Newsweek che nascondono quanto sta succedendo in Africa con i risultati del campionato di football o i mirabolanti poteri fortificanti delle vitamine...)
Per dare "voce" al milione di vittime del conflitto ruandese Jaar sceglie di legare lo spettatore ad un unico sguardo, che diventa lo sguardo di tutte le persone morte e di tutte quelle sopravvissute: gli occhi di una donna che ha visto massacrare tutta la sua famiglia... due occhi dietro i quali c'è una vita inacessibile, ma che ora non può più essere estranea...
L'artista cileno non ci sta però a rimanere confinato in uno spazio espositivo, ad aspettare interlocutori... porta invece il suo bisogno di comunicare fuori dal terreno protetto della mostra, seminando per la città domande e quesiti sul vero ruolo dell'intellettuale e della culturale nella vita attuale...
...
La cultura è necessaria?
ad ognuno la sua risposta...
Ps. Non speravo di riuscire a rendere quello che ho visto, ma un'immagine ancora la vorrei regalare... Due ragazzini abbracciati, che si stringono davanti a qualcosa di terribile, che lo spettatore, alle loro spalle, non può vedere... ma non può più evitare di pensare di averli lasciati soli...